I BAMBINI CAPISCONO

Schermata 2016-10-30 alle 11.20.24Dopo lo spettacolo de La Bulla di Sapone qualcuno mi ha fatto notare che era un'opera più per adulti che per bambini: i giochi di parole (il maestro "Severo" che abbandona il "se" e diventa "vero"), la visione cosmica mahleriana della vibrazione, i riferimenti classici al concetto di "per-fectum" (vedi: https://it.wikipedia.org/wiki/Perfezione) sono tutti elementi che richiedono un livello maturo di comprensione.

Ma non è questo il punto: i bambini capiscono Caravaggio? Certamente non come un aduto, ma un lavoro "ben fatto" offre a ciascuno il proprio livello di comprensione di cui è capace, a ciascuno invia il grado di profondità che è pronto a ricevere e non si stancherà mai di rivedere quell'opera che ogni volta avrà qualcosa di nuovo da dirgli.

Il compito assegnatoci dal maestro Mauro Montalbetti era proprio quello di creare un'opera che fosse comprensibile musicalmente e concettualmente sia a un pubblico adulto che di bambini che era il target principale, cosa che contraddistingue opere analoghe come il Brimborium o il Pollicino di Henze, con la difficoltà non banale di creare un opera unitaria ma scritta da quattro compositori diversi.

Nella lunga fase di preparazione abbiamo dialogato continuamente sul senso di ogni frase, di quale fosse il messaggio che intendevamo mandare, di come la musica dovesse esprimerlo, di come i diversi passaggi tra momenti delicati e dinamici, dovessero creare un crescendo verso il momento di massima tensione dell'incidente per poi svilupparsi verso la "catarsi" del finale.

Per sciogliere ogni dubbio sulla capacità di comprensione dei bambini basta pensare un momento al fatto che a recitarla erano proprio loro, un'opera scritta da adulti ma recitata da bambini: chi ha assistito allo spettacolo ha visto la qualità degli interpreti e il loro coinvolgimento, impossibile se non di fronte a una comprensione emotiva di ciò che erano chiamati a narrare.

Se poi penso al fatto che quattro dei sette interpreti erano entrati nel nuovo cast solo due mesi prima e che uno dei protagonisti ha 8 anni… non ho dubbi, i bambini capiscono.

Schermata 2016-10-30 alle 11.19.44Mi ha colpito una frase di Emma, la protagonista nel ruolo della Bulla, che quando le ho chiesto se fosse contenta e lei mi ha risposto che era molto bello, nel pomeriggio, vedere così tanta gente, ma che si era divertita di più negli spettacoli del mattino per le scuole: "Lo abbiamo fatto per loro ed è a loro che è più giusto raccontarlo".

Certamente Emma è una ragazzina di una maturità sorprendente per la sua età ma la sua risposta mi ronza ancora nella testa: non solo aveva capito ma aveva colto il "senso" di ciò che abbiamo messo in scena.

Quando crediamo che un concetto non sia comprensibile, non è che siamo noi a non saperlo esprimere? Non è che siamo noi che non siamo capaci di metterci nella giusta dimensione di fiducia nelle capacità di chi ci ascolta?

Bambini o adulti non fa differenza in fondo, tutto dipende dalla nostra capacità di metterci realmente dall'altra parte del palcoscenico: se crediamo di avere qualcosa di importante da dire, non per autocompiacimento o per segnare una distanza (io ho capito e tu no) ma per desiderare realmente che chi ci ascolta riceva il messaggio fidandoci profondamente della sua capacità di capire, allora "tutto si compie", tutto accade nel modo giusto e raggiunge il suo scopo. E' "perfetto".

Quando più di duemila anni fa i grandi tragici greci affrontavano temi filosofici complessi come, il rapporto tra umano e divino, il rispetto della legge, il rapporto tra genitori e figli, non credo proprio che pensassero: chissà se il pubblico capirà? Sapevano che la meticolosa scelta delle parole, la forza delle metafore, la potenza del teatro avrebbero assolto il compito di far arrivare il messaggio ma soprattutto fidavano nell'intelligenza dei loro concittadini.

Schermata 2016-10-30 alle 11.11.36"I miei nipotini (3 e 5 anni) che hanno assistito allo spettacolo, nella scena culminante dell'incidente, sono rimasti molto colpiti e hanno subito commentato: non si fa così, non si fa del male!" Hanno capito subito il senso di scelta tra "il bene" e "il male", tra ciò che è giusto e ciò che non lo è, che La Bulla di Sapone esprime.

Tra l'altro, con grande sensibilità di educatore, Alessandro il regista è intervenuto alla fine della seconda rappresentazione (c'era state piccole inptemperanze del pubblico di ragzzi delle scuole medie) per invitare a scegliere appunto "da che parte stare"

Marina mi diceva che sarebbe stato bello, dopo lo spettacolo, fare una sorta di "teatro-forum" per commentare e sottolineare alcuni aspetti più profondi del lavoro sia nei contenuti che nella componente artistica e musicale.

Schermata 2016-10-30 alle 11.18.13Non so. Confido che la bellezza delle scene e della musica comunque diano a ciascuno ciò che diventa importante per lui, piuttosto che cercare una spiegazione universale di un possibile valore.

Se un esperto mi aiuta a leggere un quadro di Caravaggio o un grande direttore d'orchestra come Benjamin Zander mi aiuta a capire la grandiosità di Mahler, di certo il mio livello di comprensione cresce e riesco ad andare più in profondo, ma quello che conta, in fondo, è quello che quell'opra ha detto a me.

Il compito dell'arte e della musica, come mi ha insegnato Carlo Boccadoro, non è di dare risposte, ma piuttosto di suscitare domande.

Emma, i miei nipoti, l'amico che mi ha fatto la cosiderazione da cui sono partito, si sono fatti domande e ciscuno si è dato una risposta, valida in quanto personale, vuol dire che La Bulla di Sapone ha assolto al suo compito.

Io mi emoziono ogni volta che rivedo lo spettacolo e, pur avendone scritto il testo e alcune musiche, non finisce di stupirmi e anche ora che mi accingo a rivedere le slides delle prossime conferenze mi accordo che mi sta insegnando qualcosa, mi sta ponendo domande.

 

 

 

 

.

 

 

 

Il film che ho visto io

MetropolisSono passati trent'anni dall'inizio dell "era di internet" e ancora non abbiamo visto che una minima parte dei cambiamenti che induce.
 
A volte ho l'impressione di assistere ad un film di cui ho già visto la prima versione in bianco e nero e che ora arriva al surround e al 3d o alla realtà virtuale.
 
Questi giorni di celebrazioni rendono ancora più evidente la paura di quanti ne parlano ma non osano trarre le conseguenze del cambiamento che essa impone e anzi l'ostacolano in ogni modo: dalla scuola alle aziende, dal turismo alle istituzioni.
 
Provo anche un senso di fastidio per chi racconta questa storia (troppo recente per essere chiamata tale) come se fossimo già nella fase "ahh, quelli sì erano bei tempi…" e me li vedo come guardassi i reduci al 4 novembre con i gagliardetti dei battaglioni e i fazzoletti arancioni degli artiglieri.
 
Non c'è nulla da commemorare: forse, per quelli che non c'erano e non potevano esserci, c'è il dovere di raccontare come è andata perchè i tablet non sono sempre esistiti e i telefoni avevano rotelle con cui si componevano i numeri inviando segnali alle centrali elettromeccaniche.
 
Le prime reti
 
JohnathanQuando iniziai con Siosistemi a realizzare reti di computer con i minicoputers della Datapoint usando il loro formidabile protocollo arcnet mi divenne evidente il potenziale straordinario di quella visione: non esisteva più un computer centrale ma ogni oggetto veniva connesso a formare ogni volta qualcosa di diverso e più potente come un enorme Lego.
 
Ho avuto la fortuna di conoscere l'inventore di quella tecnologia John Murphy e del suo grande divulgatore Jonathan Schmidt ed è parlando con loro che ho imparato a vedere il mondo della rete non come una tecnologia ma come un modo di pensare.
 
Jonathan mi diceva: "il futuro delle reti è nella loro scomparsa", ovvero saranno così diffuse e pervasive che non ne dovremo più parlare.
 
Quando poi nel 1983 arrivò il PC IBM fu una seconda grande rivoluzione: noi li collegavamo in rete con Arcnet e Novell contro il parere di chi diceva che quelle macchine erano "personal" e non avrebbero mai potuto essere soluzioni per le aziende… (mi dissero anche, quando collegammo i primi sistemi Token Ring in cavo twisted pair, che non era possibile raggiungere alte velocità trasmissive senza i pesanti cavi coassiali IBM…)
 
E poi a fine anni '80 la rete si estese al pianeta e dalle prime dimostrazioni in ambiente universitario cominciò a toccare le aziende. Tornai affascinato da un viaggio in Usa dove vidi la prima applicazione del web da parte di Pizza Hut e il primo sito istituzionale importante: la Casa Bianca.
 
Il gatto dei Clinton
 
SocksHo ancora le slides della presentazione che feci alla sezione del PCI di Desenzano agli inizi del 1994, facendo vedere che il Presidente Clinton presentava la sua famiglia e il suo gatto Socks: l'antesignano di quello che oggi chiamiamo "storytelling".
 
Mi viene da ridere ripensando a quella scena: dovevo avere grande fiducia per non rendermi conto che venivo percepito come un marziano…
 
Nel luglio del '94 presentammo, con molto maggiore successo, Internet ai manager delle aziende nostre clienti al Park Hotel a Desenzano mostrando con l'aiuto di Andrea Mattasoglio del CILEA (poi assorbito dal CINECA) il primo browser Mosaic in applicazioni aziendali.
 
Mi rendo conto oggi di quanto fossimo in pochi a parlare con convinzione della rivoluzione in atto e di quanto fosse piccolo il gruppo di persone che ancora oggi possa dire davvero "io c'ero" non tanto per l'età anagrafica ma perchè ne aveva capito le potenzialità e le implicazioni.
 
OnDe
 
OndedeskSe da un lato continuammo con successo le implementazioni per le aziende, mi misi in testa di sviluppare tutto il potenziale delle reti nelle applicazioni per la vita dei cittadini: in fondo era dal 1975 che facevo politica e mi sembrava il modo più logico per continuare a farla.
 
Nacque così il progetto OnDe, assieme agli altri progetti di rete civica, con Fiorella De Cindio a Milano, con Stefano Bonaga a Bologna, con Giovanni Ferrero a Torino.
 
Nacquero così le attività di alfabetizzazione dei genitori con Marina, il cablaggio delle scuole (e anche quelli, di nascosto, della città), le conferenze sull'apprendimento e i laboratori di informatica civica e la mediateca.
 
Il resto è cronaca, nemmeno più storia anche se sono passati già, o meglio "solo", vent'anni ma le idee di fondo (qui l'originale del pre-progetto Onde sono ancora valide.
 
 

Le tre signore del Op Shop

AUS_1558Il volontariato sociale

Una premessa: mi colpiasce molto in questa tappa a Lorne del nostro viaggio in Australia, il grande apporto del volontariato della comunità per il funzionamento complessivo della comunità stessa.

Pete, che è tra i fondatori di una specifica fondazione per la promozione e la crescita della cittadina, Lorne ha poco più di 1.200 abitanti che diventano 20.000 in estate, che sta davvero innestando processi di cambiamento profondi: un festival di musica e performing art, un festival rock che da solo porta 16.000 persone, una mostra di sculture all'aperto, e poi corse ciclistiche e gare di nuoto che stanno spostando il baricentro della stagione turistica da gennaio, che qui è come il nostro agosto, ai mesi di spalla, novembre-marzo.

Ma non è solo il "Committee for Lorne" che spinge il piccolo miracolo: tutti gli eventi sono retti dai volontari, ma anche il surf club, il campo di calcio, ovviamente i pompieri e i volontari del soccorso.

Qualcuno può obiettare: dov'è la novità? Anche da noi funziona così.

Vero, la Scuola di Musica del Garda non esisterebbe senza i volontari ma… è come se da noi il volontariato fosse intanto più per "beneficenza" che per reale coscienza sociale ma soprattutto ogni ente e associazione lavora per conto proprio come un solitario pioniere in un campo ostile, mentre qui il volontariato è diventato "sistema sociale collaborativo".

Dato che tutto ciò che sta avvenendo in rete esalta modelli collaborativi, è chiaro che le mie antenne sono in assoluta allerta.

Ovviamente il tutto è facilitato dal fatto che Lorne sia una cittadina piccola in cui le relazioni sociali sono dirette e immediate, ma su cui si innesta una caratteristica molto australiana dal mio punto di vista: una accoglienza spontanea e una predisposizione alla socialità che ho trovato dovunque sia stato finora.

Gli Op Shop

Gli Opportunity Shops sono un'esempio molto interessante di come il volontariato sociale diventi sistema.

Gli Op Shops sono diffusi in tutta l'Australia e discendono da una tradizione cooperativa nata nel mondo anglosassone in gran parte  durante la seconda guerra mondiale, raccolgono oggetti usati dalle famiglie, li risistemano, li suddividono per categoria e li rivalorizzano vendendoli ad altri della comunità stessa. Con il ricavato vengono finanziate altre iniziative sociale.

Anche da noi direte: i centri di aiuto ai profughi, alle mamme sole, ai senzatetto fanno cose simili. Appunto simili ma profondamente diverse.

AUS_1635Il riciclaggio attivo

Quando pensiamo al riciclaggio pensiamo a "buttare via in modo efficiente", gli Op Shop fanno riciclaggio attivo che ripulisce gli oggetti, ripara dove necesario, rigenera e rivitalizza ma soprattutto li rivalorizza per il loro valore d'uso e li mette in vendita come in un negozio "normale" non accatastando le cose come nei mercatini di seconda mano o nelle garage sales americane.

Il team delle signore

Il negozio è tenuto a turno da signore volontarie, generalmente anziane, che agiscono a turni di tre: in tutto più di 36 signore (6 al giorno per 6 giorni alla settimana) si danno il cambio a gestire, sistemare, promuovere, suggerire.

Già questo è un fatto in sè: 36 anziani che diventano attivi, che socializzano, incontrano, parlano… parlano un sacco… che sono socialmente attive e orgogliose del loro agire.

Il reinvestimento

Il ricavato delle vendite costruisce un tesoretto che viene reinvestito in investimenti socialmente utili: lo scorso anno 250.000 dollari per costruire miniappartamenti per i parenti dei lungodegenti dell'ospedale, l'anno prima 50.000 dollari per una nuova auto per i pompieri, quest'anno, un primo acconto di 15.000 dollari per il salone del centro anziani.

Il riciclo non diventa carità, diventa infrastruttura della comunità che fa capire concretamente il valore dell'Op Shop per cui la gente guarda a quella vetrina con un occhio diverso e motiva al potenziale acquisto.

Il modello virtuoso

Ovviamente il modello economico è quanto di più efficiente si possa immaginare: costi praticamente a zero, i locali sono offerti o dal comune o da qualche privato che offre così la propria dose di volontariato sociale, oppure sono proprietà dell'Op Shop stesso che ha investito una parte dei ricavi nella propria strutturazione, costi trascurabili per i beni da rivendere che vengono donati, costi praticamente nulli per la gestione.

AUS_1560In sintesi

Un sistema altamente virtuoso che rigenera beni, li offre sotto nuova luce di valore, li trasforma in infrastruttura sociale e nel processo coinvolge gli anziani della comunità in una attività che li obbliga alla relazione con gli altri e nel contempo dimostra che gli anziani sono portatori di valori e di utilità sociale quanto i beni che vengono da loro riciclati.

Quando ho chiesto alle tre signore dell'Op Shop di farsi fotografare per raccontare questa storia, non hanno avuto esitazionie e ridevano di gusto, orgogliose del riconoscimento del loro lavoro, ma mi è venuta in mente subito una parola: dignità.

Il risultato ultimo è una comunità che si fa sistema e in cui le interazioni tra i diversi livelli sono tali per cui è lampante che nulla funzionerebbe senza l'apporto dell'altro.

La rete, appunto.

Relax intelligente

LeverattoSe non fosse per i saggi consigli di Carlo Boccadoro, non avrei scoperto questo libro di Piero Leveratto, (Con la musica – Ed. Sellerio) contrabbassista genovese e soprattutto grande cultore di musica di ogni genere.

Questo suo libro è la perfetta lettura ferragostana: storie brevi che puoi interrompere quando ti devi alzare dalla sdraio per fare un tutto o per andare a riempire la brocca d'acqua e che ti aprono orizzonti d'ascolto non banali suggeriti con aneddoti e arguzie intelligenti.

Il fatto che sia pubblicato da Sellerio con quella carta che solletica le dita è un piacere in più.

Buon sabato.

 

Vie di comunicazione

StradaPer la prossima conferenza sto riflettendo sul fatto che le strade si sono chiamate a lungo "vie di comunicazione": ma lo sono ancora?

La comunicazione è ancora legata allo spostamento?

O le strade comunicano una storia che è la somma dei racconti di chi le percorre?

I romani davano un nome alle strade per dare loro una vita autonoma, oggi hanno sigle o acronimi BREBEMI, A36, che forse rispecchiano che ben poco ci sia da narrare in uno sfrecciare veloce in terza corsia.

Se la strada è fatta solo per unire due punti distanti allora che sia un tunnel il più veloce possibile: meno distrazioni.

Se è inutilmente ingolfata come la strada da Desenzano a Salò ogni istante racconta dei nostri sbagli nella gestione del territorio, della pochezza degli amministratori, dell'assenza di una visione e di amore per la bellezza.

Senofonte e MarcoPolo non hanno raccontato solo i viaggi, hanno raccontato mondi che ciascuno ricostruiva nell'immaginario della propria fantasia ed è quello che ancora accade oggi, solo che i narratori sono diventati migliaia, decine di migliaia e scrivono, filmano, twittano scattano immagini che impietosamente dicono come stanno le cose.

C'è poco da stare allegri se Goethe diceva "Conosci la terra dove fioriscono i limoni?" mentre oggi i racconti in rete dicono "ma hai visto che scempio di capannoni".

L’attacco

Trovare l'inizio di una nuova conferenza è un'operazione difficile, tortuosa fatta a volte di molti tentativi e fallimenti.

E' come trovare "l'attacco" ad una parete da scalare: se non è quello giusto dopo qualche tempo ti rendi conto che non puoi proseguire e devi ritornare indietro, spostarti e trovare una nuova soluzione.

Nella ricerca dell'attacco, della metafora, del filo conduttore, vago tra i cespugli della rete a cercare l'indizio e spesso mi perdo tra filmati di YouTube e racconti di Wikipedia che mi spostano di qui e di là come le sirene di Ulisse.

Il segreto non è razionale, non so se accade anche agli scalatori ma a me accade, continuo a provare, non insisto, quando trovo il sentiero giusto, la via giusta, lo "sento" e finchè non accade l'aggancio è inutile insistere.

Devo parlare di una strada, di stonature e di intonazioni, di armonia e di funzione e come sempre ricorro alle metafore artistiche che mi sono più vicine, ai linguaggi in apparenza distanti dal tema ma proprio per questo forse quelli più giusti: come il sentiero più lungo a volte è l'unico che porta alla meta

 

Una montagna di buoni propostiti

SfondoscrivaniaSono stato a un passo dal chiudere questo blog: non lo aggiorno da quasi un anno.

Ero quasi deciso e poi ho passato in rassegna alcuni dei post più vecchi e poi dall'uno all'altro rendendomi conto che ci sono comunque 9 anni della mia vita, 9 anni di pensieri e di sensazioni che sono un'immagine tridimensiaonale di come sono fatto.

Sesto è certamente complice della decisione di non chiudere il blog ma, anzi, di riprendere a scriverci per sfuggire alla trappola degli altri Social Network così istantanei ed effimeri.

Per pensare ci vuole tempo ma soprattutto una condizione emotiva speciale che io trovo quasi esclusivamente qui.

Non è "calma": a volte, anzi, è il contrario. E' la sensazione di prendermi tutto il tempo necessario per lasciare che le idee vengano, si sviluppino, alcune si siedano e si riposino, altre invece si mettano a correre.

Anche per dare seguito ai buoni propositi ci vuole tempo ma me lo sto prendendo e la lista delle cose quotidiane da fare si esaurisce in fretta per lasciare il posto alle attività continuative più importanti a cui voglio dare seguito.

Mi basta guardare fuori per sapere come fare, in equilibrio tra il continuo mutare dei fiori sul balcone e la solidità delle rocce là dietro.

Privacy/Cookie policy

Cookie policy

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorarne l’esperienza di navigazione e consentire a chi naviga di usufruire dei nostri servizi online e di visualizzare pubblicità in linea con le proprie preferenze.

I cookies utilizzati in questo sito rientrano nelle categorie descritte di seguito; ulteriori informazioni sono disponibili nella pagina “Trattamento dati relativi alle consultazioni” dell’Informativa sulla Privacy.
Se prosegui nella navigazione acconsenti all’utilizzo dei cookie.
In qualunque momento è possibile disabilitare i cookies presenti sul browser; ti ricordiamo che quest’opzione potrebbe limitare molte delle funzionalità di navigazione del sito.
Istruzioni disabilitazione cookies dai browsers
Se si utilizza Internet Explorer
In Internet Explorer, fare clic su “Strumenti” poi “Opzioni Internet”. Nella scheda Privacy, spostare il cursore verso l’alto per bloccare tutti i cookie o verso il basso per consentire a tutti i cookie, e quindi fare clic su OK.

Se si utilizza il browser Firefox
 Vai al menu “Strumenti” del browser e selezionare il menu “Opzioni” Fare clic sulla scheda “Privacy”, deselezionare la casella “Accetta cookie” e fare clic su OK.

Se si utilizza il browser Safari 
Dal Browser Safari selezionare il menu “Modifica” e selezionare “Preferences”. Clicca su “Privacy”. Posizionare l’impostazione “cookies Block” sempre “e fare clic su OK.

Se si utilizza il browser Google Chrome
 Fai clic sul menu Chrome nella barra degli strumenti del browser. Selezionare “Impostazioni”. Fare clic su “Mostra impostazioni avanzate”. Nella sezione “Privacy”, fai clic sul pulsante “Impostazioni contenuti”. Nella sezione “Cookies”, selezionare “Non consentire ai siti per memorizzare i dati” e di controllo “cookie di blocco e di terze parti i dati sito”, e quindi fare clic su OK.

Se usi un qualsiasi altro browser, cerca nelle Impostazioni del browser la modalità di gestione dei cookies.

Cosa sono i cookies

I cookies sono piccoli file di testo che vengono automaticamente posizionati sul PC del navigatore all’interno del browser. Essi contengono informazioni di base sulla navigazione in Internet e grazie al browser vengono riconosciuti ogni volta che l’utente visita il sito.

Gestione dei cookie
Cookie tecnici
Attività strettamente necessarie al funzionamento 
Questi cookies hanno natura tecnica e permettono al sito di funzionare correttamente. Ad esempio, mantengono l’utente collegato durante la navigazione evitando che il sito richieda di collegarsi più volte per accedere alle pagine successive.

Attività di salvataggio delle preferenze
Questi cookie permettono di ricordare le preferenze selezionate dall’utente durante la navigazione, ad esempio, consentono di impostare la lingua.

Attività Statistiche e di Misurazione dell’audience
Questi cookie ci aiutano a capire, attraverso dati raccolti in forma anonima e aggregata, come gli utenti interagiscono con i nostri siti internet fornendoci informazioni relative alle sezioni visitate, il tempo trascorso sul sito, eventuali malfunzionamenti. Questo ci aiuta a migliorare la resa dei nostri siti internet.



Cookie di profilazione di prima parte
Questi cookies, gestiti direttamente da noi, consentono di identificare gli interessi dell’utente che sta navigando il sito al solo fine di fornire contenuti personalizzati.

Abilita al proseguimento della navigazione
Non abilitare
Attenzione: è importante ricordare che la disabilitazione dei cookies di profilazione non significa che non riceverete più pubblicità navigando sul sito ma semplicemente che la pubblicità che vedrete non sarà selezionata in base ai vostri interessi e quindi potrà essere meno rilevante.

Cookie di profilazione di terza parte
Facciamo uso di svariati fornitori che possono a loro volta installare cookies per il corretto funzionamento dei servizi che stanno fornendo. Se desiderate avere informazioni relative a questi cookie di terza parte e su come disabilitarli è possibile accedere alla pagina http://www.youronlinechoices.com/it/le-tue-scelte



Cookie Statistici e di Misurazione dell’audience di terza parte
Questi cookie (servizi web di terza parte) forniscono informazioni anonime / aggregate sul modo in cui i visitatori navigano sul sito. Di seguito i link alle rispettive pagine di privacy policy.
Adobe
Adobe Analytics: sistema di statistiche

Cookie di social media sharing
Questi cookie di terza parte vengono utilizzati per integrare alcune diffuse funzionalità dei principali social media e fornirle all’interno del sito. In particolare permettono la registrazione e l’autenticazione sul sito tramite facebook e google connect, la condivisione e i commenti di pagine del sito sui social, abilitano le funzionalità del “mi piace” su Facebook e del “+1” su G+.
Di seguito i link alle rispettive pagine di privacy policy.
Facebook        social media    privacy     policy

Youtube        social media        privacy    policy

Twitter        social media        privacy     policy

Linkedin        social media        privacy     policy

Titolare del trattamento


Ai sensi dell’articolo 13 del Codice Privacy, La informiamo che l’impresa titolare del sito indicata in calce al sito medesimo è il titolare del trattamento (di seguito “Titolare”) dei dati. Il trattamento dei dati personali verrà effettuato nel rispetto dei requisiti di riservatezza e delle più idonee misure di sicurezza, come indicate dal Codice Privacy.
Nella Sua qualità di interessato del trattamento, Le è garantito l’esercizio dei diritti di cui all’art. 7 del D.Lgs. 196/03, tra i quali il diritto di ottenere dal Titolare del trattamento la conferma dell’esistenza dei Suoi dati personali e la loro comunicazione in forma intelligibile, di conoscere le modalità e le logiche del trattamento, di richiedere l’aggiornamento e l’integrazione dei dati stessi, la loro cancellazione o trasformazione in forma anonima, in caso di violazione di legge, nonchè, di opporsi al loro trattamento. Tali diritti potranno essere esercitati rivolgendosi in qualsiasi momento per iscritto al Titolare del trattamento, presso la sua sede indicata nel sito internet medesimo.

Appartenenza

CimiteroIeri sono stato al cimitero di Sesto per la commemorazione, in realtà per affermare la mia partecipazione alla comunità: ci sono tutte le famiglie del paese, ciascuna vicino alla tomba dei propri cari.

Io ho solo amici di mio padre e la signora che aiutava mia madre e mi teneva in braccio da piccolo ma poco importa, il legame con questo posto è profondo ed essere qui è un gesto doveroso.

Ma il coccodrillo come fa?

CoccodrilloOgni tanto mi torna nelle orecchie questa canzoncina dello Zecchino d'Oro, che ci ricorda che non conosciamo il verso del coccodrillo e mi ritorna in mente ogni volta che sento piangere le altrettanto famose lacrime o quando sento qualcuno stupirsi di accadimenti che per chi guarda bene sono ovvia conseguenza di altrettanto ovvie cause.

Leggo su Repubblica dello stupore della caduta degli iscritti al PD (Bersani addirittura "attacca"…) e la canzoncina parte automaticamente nelle mie orecchie: ma come? Non ve n'eravate accorti che da anni siamo andati (mi ci metto anche io) altrove? Che non veniamo più in sezione perchè non ci sentiamo a nostro agio? Che vi stiamo dicendo in mille modi che un certo modo di fare politica non ci emoziona più?

Il cambiamento ha costretto al ripensamento del proprio modello d'azione settori economici importanti, dalla musica ai viaggi, dal turismo all'editoria, la scuola, le imprese, tutte sono scosse dal vento del cambiamento e dell'innovazione (e non da oggi) e perchè mai doveremmo stupirci se i partiti, che sono l'espressione della società che intendono rappresentare, sono oggi travolti dall'onda del cambiamento.

Chi non coglie per tempo i segnali di un mondo diverso e li minimizza o li svillana altezzosamente, poi ne viene travolto: è il caso di Blockbuster (ha ignorato il fenomeno del video in rete e ora è fallita) è il caso di Nokia, di Compaq, di Novell, di Polaroid solo per citare alcuni nomi.

Sono un convinto sotenitore della funzione sociale e costituzionale dei partiti, ne ho fatto parte, mi fumano le orecchie quando leggo e sento il qualunquismo che non distingue il fannullone ladro dall'impegno civile e dice che "sono tutti uguali".

Da anni faccio politica come mi hanno inseganto i vecchi compagni: cambiando il mondo intorno a me, guardando oltre gli ostacoli, fedele ai miei ideali e nella mia etica prima di tutto e senza abbassare lo sguardo di fronte al futuro.

Non so come dovrebbe essere un partito moderno, al passo con i tempi, se lo sapessi mi sarei iscritto al PD e mi sarei candidato a proporre un'alternativa, ma credo che questo sia un compito che spetti ai nostri figli o forse ai nostri nipoti.

Nel frattempo continuo a pensare marxianamente che creare le condizioni sociali per la "rivoluzione" sia la strada alternativa quando tutto il resto sembra non funzionare e guardo scuotendo il capo quelli che oggi piangono lacrime di coccodrillo di fronte a un partito che ha cambiato pelle, o meglio che secondo me quegli stessi che lo piangono, hanno lentamente scorticato.

Trent'anni fa abbiamo preso il posto di quelli che non ci volevano perchè portavamo un vento di nuova energia (erano gli anni di Berlinguer, delle giunte di sinistra, del compromesso storico e della lotta alle Brigate Rosse e il mio cuore è lì) erano quelli che, dicevamo, erano nostalgici di un tempo finito, dell'Internazionale Socialista, orfani di madre Russia, quelli che volevano vedere le bandiere rosse sventolare e pur di farlo avevano attaccato sotto di esse i ventilatori.

E le bandire rosse, come era giusto, hanno smesso di sventolare artificialmente e c'è stato un vento reale di cambiamento nella società, nella condizione delle donne, della scuola, della politica.

Poi il mondo ha continuato a cambiare ma pezzi della società non hanno tenuto il passo, seguire l'onda del cambiamento è diventato fonte di affanno, caipre i giovani più problematico, e quando dieci anni dopo è arrivata internet c'è chi ha detto… non ce la faccio a correre e ha cominciato a provare a frenare il cambiamento, non capendo che il treno non andava inseguito ma bisognava salire a bordo.

Oggi ecco il risultato: il mondo continua a cambiare e la distanza tra innovazione e comprensione dei fenomeni si allarga e si giunge al punto di rottura, del distacco forse incolmabile.

Faccio il tifo per Renzi non perchè mi piaccia ma perchè spero che riesca a costruire una passerella, insicura e traballante, tra il vecchio mondo e quello nuovo, poi starà a chi arriva dall'altra parte mettersi in gioco per farne un mondo civile e tollerante.

Si ma…. il coccodrillo come fa?